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Romanzi: Il Frammento in se’

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Due cose mi hanno segnato la vita e hanno marchiato come un ferro rovente la mia anima: Luigino Antinori che mi condusse in un mattatoio, dove lavorava suo zio, e la storia della Conferenza di Wannsee.

Avevo 17 anni quando Luigino, che voleva essere un brigatista a tutti i costi, mi portò nel mattatoio. Vidi gli occhi delle bestie, il loro terrore, le vidi crollare sotto i colpi ed essere squartate ancora calde e provai la vergogna di essere uomo. Non toccai più carne per il resto della vita.
Scoprii in quel luogo immondo che appartenevo ad una specie assassina e mai più mi ripresi.

Fu mia madre che mi fece leggere, quando avevo ventuno anni, un estratto della conferenza di Wannsee, e quello che lessi mi fece un effetto tremendo.
Da quel giorno, nella mia testa hanno danzato Heydrich, Eichmann, Muller, Leibbradt, Stuckart, Lange, Freisler e tutti gli altri assassini e i patetici vigliacchi che presero parte al simposio cadaverico.
Quello che sono diventato lo devo in gran parte alle memorie di Martin Luther. Nome strano per un assassino. Nel mio cranio, ogni giorno, hanno danzato quelle marionette demoniche.
Era il 29 di gennaio del 1942 quando i nazisti scelsero l’Olocausto come soluzione e in novanta minuti decisero tutto: “Quello che facciamo è orrendo ma la storia ci giustificherà”, si dissero: Gengis Khan avrà pensato le stesse cose.
Il mio lavoro e la mia vita sono, in effetti, una reazione all’oscenità della Conferenza di Wannsee.
In quel luogo, tanto desiderato da Heydrich che voleva farne la sua casa, Eichmann organizzò una
perfetta riunione, una specie di macabro “party” con abbondanza di vini e prelibati spuntini.
In quella magione, un gruppo di assassini e di vigliacchi ha deciso la soluzione finale, lo sterminio del popolo ebreo. Durante quella conferenza Eichmann ha spiegato, con gran precisione, che si potevano eliminare 25.000 ebrei l’ora, 60.000 in un giorno, 21.900.000 in un anno.
E mentre diceva queste cose, alcuni dei presenti, approvavano con entusiasmo, altri invece esprimevano stupore e meraviglia. Quello che mi colpiva era la stupefacente assuefazione al male, l’accettazione dell’orrore da parte di Otto Hofmann e Friedrich Wilhelm Kritzinger che erano rimasti sbigottiti dalle proposte di Heydrich. Se ne stavano tutti lì a fumare sigari, bevendo vino del Rheinland, e parlavano della distruzione di un popolo intero. Leggevo sbigottito. Poi mia madre mi spiegò che molti di questi uomini erano morti nel loro letto confortati dai loro cari, e che per alcuni dei presenti la punizione era stata molto blanda. Rimasi sbalordito dalla stupidità e superficialità degli alleati che avrebbero dovuto giustiziare senza scrupoli tutti i partecipanti. Un giorno vidi il filmato del processo di Eichmann, vidi l’architetto dell’Olocausto, con il suo strambo tic nella gabbia di vetro, spolverare il tavolo con un fazzoletto, sistemare ordinatamente i suoi documenti e alzarsi ossequiosamente per rispondere alla pubblica accusa e rimasi sconvolto.
Un’altra volta vidi un documentario sulla morte di Heydrich, ferito a morte nel villaggio di Lidice da tre partigiani cechi. Il suo volto e i suoi gelidi occhi mi fecero un’impressione terribile.
Mi colpì il funerale cupo, teutonico, e la sproporzionata reazione alla sua morte.
Ricordavo con quale maestria aveva condotto il dibattito sulla soluzione finale a Wannsee e come era stato capace di far accettare l’idea di quell’inaudito orrore a uomini come Kritzinger che inizialmente non volevano accettare la soluzione finale. Certo, pensai, c’era una possibilità per non approvare quell’abominio: morire. Ma quegli uomini non volevano morire. Qualcuno avrebbe potuto estrarre una pistola e far fuoco su Heydrich, Heichmann e gli altri SS. Ma quegli uomini non volevano morire. Volevano vivere ad ogni costo. L’ultimo di loro morì nel 1987: Gerhardt Klopfer.
Ricordavo il mostruoso dibattito sull’abominio svilupparsi su una serie di possibilità: l’espulsione di massa, la sterilizzazione totale o la soluzione finale.
Mia madre mi raccontò del fascino spaventoso di Hitler, del suo eccezionale carisma.
Un popolo soggetto ad un demone, mi spiegava, e anche Heydrich era un arcidiavolo suadente ed educato.

Mio padre, fervente cattolico, disapprovava le lezioni di mia madre, perché era rimasta in lui una traccia di ostilità pacelliana verso gli ebrei: l’idea del deicidio resta sempre nell’anima di alcuni cattolici.

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I partecipanti alla conferenza di Wannsee possono essere divisi in tre gruppi, da una parte gli SS convinti della soluzione finale: Reinhard Heydrich, Adolf Eichmann, Heinrich Muller, Eberhard Schongarth. Da un’altra gli entusiasti della soluzione finale: Gerhard Klopfer, l’uomo di Bormann, Joseph Buhler, Roland Freisler, Erich Neumann, Georg Leibbradt, Alfred Meyer e Martin Luther che trascrive le minute che vengono trovate nel ministero degli esteri nel 1944.
In ultimo coloro che sconvolti finiscono per accettare passivamente la soluzione: Wilhelm Stuckhart, il padre della legge di Nuremberg, il signore dei bizantinismi codificati sui matrimoni misti, il maggiore delle SS Rudolf Lange, che descrive l’orrore per le fucilazioni degli ebrei di Riga, il tenente generale
Otto Hofmann che rimane sbalordito davanti al piano delle camere a gas, e Friedrich Wilhelm Kritzinger, l’unico che cerca di frenare la decisione, e finisce, vergognosamente con l’accettarla.

Chi dirige la conferenza è Heydrich, il guerriero ariano per eccellenza, definito da Carl Jacob Burckhardt: “un giovane malefico dio della morte” un uomo preciso,elegante, spietato, considerato da molti come l’uomo che avrebbe dovuto succedere a Hitler.
Nel descrivere Heydrich, Joachim C. Fest scrisse, nel “ Volto del Terzo Reich”: “l’idea tradizionale del male, che è collegata ai concetti di possessione da parte di spiriti, da incontrollabili scatti di ira, e un legame con gli istinti tenebrosi, si infrange davanti alla trasparenza sobria di un tipo del genere. Così il concetto di demonico che ha toni metafisici inadeguati per la concezione risoluta, realistica del potere in questo fenomeno totalmente secolarizzato.”
Ma colui che pianifica l’Olocausto ha una macchia indelebile nel suo DNA ariano: un padre ebreo.
Per questo vive nella luce del costante ricatto dei potentati nazisti.
Bormann e Himmler hanno una documentazione particolareggiata sulla genealogia di Heydrich.
Suo padre, Bruno Richard Heydrich, era un ottimo musicista fondatore del Conservatorio di Halle ma il suo vero nome era Suss.
Il generale delle SS è segnato da questo segreto che lo sprofonda in continue depressioni e aleggia come un ombra sulla sua persona: un autentico veleno che lo deprime e lo abbatte.
Unica difesa: i documenti segreti che accumula sulla gerarchia nazista: la genealogia di Himmler,
inficiata da sangue ebreo, gli amori di Goebbels, la depravazione e corruzione di Goering.

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Questa danza infernale si è svolta nel mio cranio con regolare continuità.

Cosa è accaduto a coloro che progettarono o accettarono la soluzione finale?

Reinhard Heydrich morì ucciso dai partigiani cechi, Adolf Eichmann fu impiccato dagli israeliani nel 1962, Eberhard Schongarth fu giustiziato nel 1946, Joseph Buhler nel 1948, Wilhelm Stuckart morì per un accidente nel 1953, Roland Freisler durante un bombardamento aereo su Berlino nel 1945, Rudolf Lange cadde a Poznam durante una battaglia, nel 1945, Alfred Meyer si suicidò nello stesso anno.
E fu l’unico gesto coerente di questi sterminatori.

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